
Possibile che sia solo Antonio Di Pietro la kriptonite del Partito Democratico? Oppure tutto questo accanimento dei media sulla sua figura, da un po’ di giorni a questa parte, nasconde un chiaro intento politico del Partito Democratico al fine di scavare un fossato intorno all’ex Pm?
Già dalle dichiarazioni di Letta ci era già saltata la mosca al naso: “A mio avviso, il Pd deve stringere un’alleanza con l’Udc”. È una mossa strategica. Non possiamo consentire che quel partito ritorni nel centrodestra..[…] .. Tra noi e loro c’è una differenza netta di obiettivi. L’Idv è un partito che punta a prendere uno o due punti percentuali in più rispetto alle elezioni precedenti. Il nostro, di problema, è come passare dal 33 per cento al 51. È la stessa differenza che passa tra un centometrista e un maratoneta. Non mi pare una differenza da poco. Lo stesso Pier Ferdinando Casini, recepito l’invito, non ha tardato a rispondere dando il suo assenso: «Per prima cosa, per portare avanti un dialogo bisogna dissociare profondamente il proprio cammino da quello di Di Pietro..[…] Bisogna insomma rivedere criticamente l’idea che questo Pd possa essere un partito a vocazione maggioritaria, e ammettere l’errore di aver puntato sul Vassallum e di aver creduto all’utilità del governo ombra». Insomma, una possibile alleanza Udc-Pd, sembrerebbe molto più che una semplice chimera, lasciando il partito di Di Pietro (troppo prima donna), a trebbiare il grano. Le avvisaglie quindi di una possibile scissione ci sono tutte. Forse è proprio per questo motivo che Di Pietro sta alzando nuovamente la testa contro Silvio Berlusconi. Solo con l’antipolitica infatti il leader dell’IdV potrebbe da solo alzare il suo consenso in vista delle europee. Difficile altrimenti, per l’ex Pm ed il suo movimento, poter sperare di ottener consenso senza proposte credibili e tramite un partito che da sempre ha ottenuto voti cavalcando il populismo. Risolto il problema Di Pietro il Pd potrebbe poi finalmente respirare a pieni polmoni? Difficile da dire, visto che le vere criticità della coesione già flebile sono altre. Massimo D’Alema si sta organizzando ed il «ReD» (Riformisti e Democratici) è già diventato una realtà, spronato e «ringalluzzito» dalla fondazione «ItalianiEuropei». Già qualche giorno fa in un intervista al Corriere della Sera, uno dei luogotenenti di Veltroni, il Senatore del Pd, Giorgio Tonini, aveva fugato qualsiasi dubbio: «Se qualcuno pensa, legittimamente, che la linea di Walter ci ha condotti fuori strada ha il diritto di dirlo, ma allora dobbiamo fare un congresso subito e non nel 2009 e mettere in campo aperto le differenze strategiche […], in effetti c’è un elemento di stranezza che è questa associazione di parlamentari della fondazione dalemiana, Italianieuropei. Non esiste in Europa un esempio in cui, da una associazione culturale, si parte per fondare una corrente. Questo elemento di ambiguità andrebbe chiarito.» Difficile quindi, alla luce di questa dichiarazione, far passare in sordina le esternazioni di D’Alema, il quale avrebbe indicato i «ReD» come il vero «software» del Partito Democratico. Apriti Cielo. Sembra difficile quindi poter considerare l’ipotesi che Veltroni sia il braccio e D’Alema la mente, visto la volontà di entrambi i «galletti» a spuntarla l’uno sull’altro. Se ne deduce che – anche alla luce delle dichiarazioni di Parisi di qualche giorno fa a chiedere la testa (politicamente parlando si intende) di Veltroni – molti all’interno del Pd considerino Veltroni ormai acqua passata, untore e portatore sano, dell’infamia dell’errore strategico del dialogo con Berlusconi. A questo punto i «prodiani» (che non sono ancora del tutto sopiti) ed i nuovi «ReD» sembrano incamminarsi verso la stessa strategia, mettendo a questo punto Veltroni sempre più con le spalle al muro. Nonostante abbia molti nemici fra ex «diessini, prodiani e margheritini», e nonostante non abbia avuto il consenso popolare, come ha avuto Veltroni nelle «pseudo» primarie democratiche, è nelle intenzioni di D’Alema far fare marcia indietro al partito del nuovo riformismo, facendolo tornare un po’ più battagliero, più «guerrafondaio» politicamente, leggermente più «anti-Silvio» (da sempre unico collante a sinistra) ed amico dei giudici, che fanno sempre comodo. Questa volta Massimo D’Alema sembra avercela fatta, perché come abbiamo visto Veltroni non ha potuto più tergiversare (pressato da ogni parte), dichiarando la fine del dialogo (almeno pubblicamente) e dando all’ex leader diessino una bella vittoria mediatica all’interno del partito. Adesso che cosa succederà? D’Alema prenderà sempre più spazio all’interno del Partito Democratico relegando Veltroni, prima o dopo le europee del 2009, ad un ruolo secondario? Per il momento più di un centinaio di parlamentari (su trecento), hanno aderito al progetto di D’Alema.
Scritto da Cristoforo Zervos